Ferragosto ascoltando Das Lied von der Erde e bevendo Champagne

Toblach, Gustav Mahler, le Mahlerwoche, tanti anni fa…

Ieri ho passato un noioso, grigio e poco simpatico ferragosto a casa, uno degli svariati che sto passando da qualche anno a questa parte. Non che del ferragosto me ne freghi più di tanto, anche se per fare un po’ il gradasso ho letto con grande compiacimento, e sottolineo quello che ha scritto un interessante informato News magazine on line come Linkiesta, ovvero che “se il 15 agosto facciamo gite fuori porta, mangiamo al sacco e, soprattutto, nessuno lavora, lo dobbiamo al regime fascista, che ha istituzionalizzato la festa estiva per eccellenza così come la conosciamo oggi”.

E allora, letto che “il Ferragosto non era veramente il Ferragosto che festeggiamo oggi, prima del Fascismo. Una volta salito al potere,  il regime decise di organizzare, attraverso le associazioni dopolavoristiche delle varie corporazioni, centinaia di gite popolari. Di suo ci mise i treni popolari di Ferragosto – quelli che arrivavano sempre in orario – con prezzi fortemente scontati. Questo permise anche alle classi sociali meno abbienti di visitare le città italiane o di raggiungere le località marine o montane. L’offerta era limitata al periodo tra il 13-15 agosto e poteva essere acquistata in due formule: la gita di un sol giorno, nel raggio di circa 50-100 km; e la gita dei tre giorni a 100–200 km di distanza massima. Durante queste gite la maggior parte delle famiglie italiane ebbe per la prima volta la possibilità di recarsi in villeggiatura al mare, in montagna e nelle città d’arte”, sono costretto a concludere, e la cosa mi fa tanto ridere, che sto trascorrendo un ferragosto antifascista.

Boutade a parte, non insisto con la politica, altrimenti qualcuna mi dice che sono un pericoloso estremista, un violento, che progetto stragi, genocidi e marce su Roma (in effetti in quell’angolo di Africa in terra italiana ci andrei solo per ripetere quello che disse tanti anni fa un grande italiano “Potevo fare di questa Aula sorda e grigia un bivacco di manipoli”, e per vedere un’odiosa persona rimossa da un incarico, la terza carica dello Stato, di cui è indegna) voglio dire che questo ferragosto mi ha regalato pensieri, riflessioni e, ovviamente, a 60 anni, quando si è consapevoli che la stragrande maggioranza del tempo a disposizione se n’è andata e non tornerà più, rimpianti.

Ho le “….e” girate perché ieri, invece di rompermi i maroni a casa, da solo, ex moglie da suo padre, la figlia chissà dove, una morosa o quasi (non ho ancora capito) con suo marito, e la precedente in compagnia di sua figlia, avrei dovuto essere in viaggio. Destinazione un posto meraviglioso, che amo, per i suoi vini innanzitutto, i più grandi rosati del mondo, ovvero la Provence, ma anche per la cucina, l’ambiente, l’art de vivre. Il mio obiettivo era questo, Le Barroux, un delizioso angolo immerso nella garrigue posto tra il Mont Ventoux e les Dentelles de Montmirail, ed un posto tutto luxe calme et volupté dove ero stato esattamente tredici anni fa, era il 2004, con l’allora mia moglie e mia figlia.

L’Aube Safran il suo nome e poche Chambres d’hôtes de prestige dove la parola d’ordine è davvero “hospitalité, convivialité, farniente”… Avrei dovuto riabbracciare gli amici Marie et François, lei parigina, lui della Haute Savoie, e rivivere l’incanto di uno dei posti dove mi sono sentito più felice e a contatto con i potenti Dei.

Ho scritto avrei dovuto, perché invece sono rimasto a casa, bloccato da uno di quegli inconvenienti dell’ultimo momento che ti fanno capire che il destino è davvero cinico e baro, e che nei giorni di Ferragosto in Italia si ferma tutto e un banale problema che potresti risolvere in giornata a Londra (e sono certo anche à Paris) qui diventa un problema insormontabile.

Niente Aube Safran quindi, niente visite già organizzate a due domaines produttori di Rosé scoperti e poi bevuti à Paris, in febbraio e maggio, e niente visite e degustazioni in due luoghi enoici particolarmente cari come Tavel, unica AOC francese totalmente “en rosé”, e come ChâteauneufduPape, dove il vecchio amico Michel Blanc direttore della Fédération des syndicats des producteurs de Châteauneuf-du-Pape mi aveva promesso di organizzarmi una dégustation di una tipologia poco nota ma strepitosa di questa storica AOC, (3134 hectares, 5 communes: Châteauneuf-du-Pape, Courthézon, Bédarrides, Sorgues, Orange Rendement moyen : 32 hl/ha 95 000 hectolitres de production annuelle moyenne 290 exploitations produisent du Châteauneuf-du-Pape 5 % de la production est vinifiée par une cave coopérative 93 % des vins sont produits en rouge, 7 % en blanc”), quella, appunto, en blanc. Scusatemi il francesismo: merde!

Cosa ho fatto dunque questo ferragosto, oltre a tener fresca la casa, causa il vorticoso giramento di…? L’unica cosa che, oltre ad incazzarmi selvaggiamente, forse so fare, ovvero scrivere. E scrivendo ascoltare musica, e andare con la mente ad un altro posto magico dove sono stato veramente felice, dove ho toccato il cielo con un dito, dove mi sono sentito sul punto di fondermi con la natura. E’ un angolo d’Italia che a chiamare Italia ci vuole coraggio, essendo non solo al confine con l’Austria, ma posto in quella terra, l’Alto Adige – Süd Tirol, e per di più nella meravigliosa Alta Val Pusteria, dove non c’è nulla, ma proprio nulla, di italiano.

Sto parlando di Toblach, Dobbiaco, che scoprii in un’altra vita quando, eravamo agli inizi anni Ottanta, non avevo ancora iniziato ad occuparmi e scrivere di vino, dirigevo una biblioteca civica, nel paese dove ora risiedo, alla periferia di Bergamo, e collaboravo a quotidiani come Il Giornale, quando a dirigerlo era “un certo” Indro Montanelli e alla Gazzetta di Parma, retta dal mitico Baldassarre Molossi, una leggenda, dove intervistavo scrittori e giornalisti e scrivevo di libri.

Nel 1983 un meritorio editore come Rusconi pubblicò un testo fondamentale per tutti coloro che, come me, amano Gustav Mahler e la sua musica, la biografia monumentale di Mahler scritta dal sommo musicologo Quirino Principe (se non l’avete letta, compratela senza alcun indugio, qui) e io andai ad intervistarlo. Principe mi raccontò che anche per sua iniziativa in Toblach, dove Mahler aveva trascorso per tre anni le sue vacanze estive, componendo capolavori assoluti come Das Lied von der Erde, la Nona Sinfonia e l’abbozzo dell’incompiuta Decima Sinfonia. Morale, esce la mia pagina di intervista con Principe, cui avevo confessato la mia giovane passione per Mahler, e cosa mi succede? Che Principe mi fa invitare dagli organizzatori alla Mahlerwoche e io, entusiasta, accetto.

E così sono salito per la prima volta, via Rio Pusteria, Brunico, Villabassa, sino a Dobbiaco, ospitato presso l’Hotel Santer. E lì, a Toblach, che ancora oggi mi viene più naturale chiamare Toblach che Dobbiaco, scoprii che esisteva un angolo di paradiso in terra, un posto, ci aggiungo anche la vicinissima Innichen, ovvero San Candido, dove arte, musica, poesia, rispetto del paesaggio, andavano a comporre un qualcosa di unico, di magico, di inneffabile…

E cosa ho fatto dunque a Ferragosto, oltre a stapparmi e delibarmi un vecchissimo Champagne, uno di quelli che possono piacere solo agli inglesi (of course, quelli che non si sono convertiti al Prosecco, perché costa poco)?

Mi sono ascoltato, una dopo l’altra, rinnovando le emozioni, scoprendo le differenze di interpretazione da direttore a direttore e da cantante a cantante, un’infilata di incisioni (ne ho una decina, dirette da Karajan, Bernstein, Walter, Klemperer, Carlos Kleiber, con le voci di Christa Ludwig, Fritz Wunderlich, Kerstin Thorborg, James King, René Kollo, la divina Kathleen Ferrier) abbinando alla musica il ricordo struggente di quelle lunghe passeggiate sulle colline ed i boschi che dominano la conca di Toblach, la casetta di legno dove Mahler si ritirava a comporre.
Ed il mio sentirmi benissimo, nella mia concezione religiosa neo pagana, cara ad un pensatore immenso come Alain de Benoist, immerso nella natura, attento a coglierne le suggestioni, la sottile armonia, le variazioni dei profumi e nei colori.
Proprio come nella musica di Mahler, nello struggente Der Abschied che chiude Das Lied von der Erde e che l’indimenticabile, supremo, Dietrich Fischer Dieskau, baritono eccezionale e re della Liederistica, interpretò più volte in maniera da far venire i brividi…

Wohin ich geh’? Ich geh’, ich wandre in die Berge.

Ich suche Ruhe für mein einsam Herz,

Ich wandle nach der Heimat, meiner Stätte!“

Dove vado, vado a vagare tra i monti,

a cercare pace per il mio cuore solitario

vado verso la mia terra, vado verso i miei luoghi…

Eh, sì, come avrei voluto essere di nuovo a Toblach, wanderer solitario tra le montagne di questo posto incantato, in questa “montagna incantata” per dirla con Thomas Mann, a ferragosto…

Attenzione!

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1 pensiero su “Ferragosto ascoltando Das Lied von der Erde e bevendo Champagne

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